Un giovane medico, la sua passione per la scienza e la sua lungimirante visione della chirurgia, lontano dalle logiche di cooptazione tipiche di alcuni ambienti italiani; questa era la fotografia del prof. Maurizio Buscarini –  Diplomate of the American Board of Urology, chirurgo urologo, Direttore della UOC di Urologia dell’Ospedale Villa Betania e professore associato di Urologia presso l’università Campus Bio-Medico di Roma – quando, trentenne, decide di lasciare Roma alla volta degli Stati Uniti. La sua meta è la University of Southern California, a Los Angeles, dove intraprende un percorso lungo 12 anni che lo porta a raggiungere i vertici della carriera accademica statunitense. Ecco cosa racconta di quel periodo.

Cosa ha rappresentato per lei, come medico e come uomo, la sua lunga esperienza negli Stati Uniti?

Se non fossi andato negli Stati Uniti avrei, certamente, cambiato mestiere perché tanta era la frustrazione dopo quei 10 lunghi anni di formazione nell’ambiente universitario e ospedaliero romano e italiano che mi avevano, però, lasciato in disparte, non consentendomi quella crescita umana e professionale che un giovane medico desidera con tanta passione; ecco, sono partito per gli Stati Uniti con questa speranza, poi ampiamente ripagata, di riprendere in mano questo mestiere, di poterlo esercitare a pieno tra esperienze interessanti, ricerca e innovazione come motore di ogni giorno.

Che significa essere un Diplomate of the American Board of Urology?

È la qualifica che si ottiene alla fine della specializzazione negli Stati Uniti dopo un ciclo di studi di 6 anni che termina con un esame nazionale sia teorico che pratico; questo prevede una parte di esperienza chirurgica con un numero minimo di interventi eseguiti (circa 6 mila) e, poi, un esame orale di due giorni con alcuni dei personaggi chiave del mondo accademico americano.

Specializzazione in Urologia presso la University of Southern California a Los Angeles, un dottorato (o PhD) in biochimica e biologia molecolare, un master in gestione sanitaria e aziendale e varie super-specializzazioni chirurgiche (fellowships) in Italia e negli Stati Uniti, il prof Buscarini è stato fra i primi chirurghi al mondo a lavorare stabilmente con il sistema robotico chirurgico Da Vinci, sin dai primi anni dello scorso decennio proprio in California. Durante i suoi 12 anni negli States quali sono state le tecniche o le tecnologie più interessanti e innovative con cui è venuto in contatto?

Ho avuto la fortuna di trovarmi al momento giusto nel posto giusto e, quindi, di riuscire a lavorare con il padre fondatore della chirurgia “a cielo aperto”, cioè della chirurgia cosiddetta “maggiore” oncologica, Donald Skinner, un uomo che era una leggenda vivente già all’epoca – una sorta di Maradona degli urologi – e a questa grande possibilità ho avuto la fortuna di poter affiancare la mia esperienza nella chirurgia robotica che vedeva la luce proprio in quegli anni; il mio capo di allora non credeva molto in questo tipo di chirurgia ma consentì comunque a noi più giovani di cominciare ad occuparcene. E così feci e faccio ancora oggi.

Di cosa si è occupato nello specifico durante quegli anni? 

Mi sono occupato sia di chirurgia ricostruttiva e oncologica che di collaborare all’apertura di uno specifico dipartimento di chirurgia robotica nella mia università, a Los Angeles; inoltre, ho avuto modo di far partire il primo programma di chirurgia robotica in quella parte del mondo.

Perché ha scelto di tornare in Italia?

Ero partito per gli Stati Uniti pensando che, prima o poi, sarei comunque rientrato in Italia. Ad un certo punto mi contattò un mio professore universitario italiano, il professor Cortesini, che mi presentò i vertici del Campus Biomedico che, all’epoca, volevano fondare questa università. Loro mi proposero di collaborare all’apertura di un reparto universitario urologico qui a Roma. Essendo la mia città natale alla fine ho scelto di rientrare.

Tra il sistema sanitario USA e quello italiano, lei cosa sceglierebbe? 

Nelle grandi eccellenze sceglierei il sistema americano perché comunque è, ancora oggi, il più all’avanguardia; nella media (e mi riferisco a tutto ciò che è chirurgia di routine) il sistema italiano offre al paziente un’ottima assistenza sostanzialmente a costo zero.