La prostata? Questa sconosciuta. L’urologo? Un medico (non meglio identificato) da cui si recano anziani signori con disturbi da terza età. Il tumore della prostata? Un male incurabile di cui è meglio non parlare. Che l’erronea percezione diffusa tra gli uomini sia ancora questa ce lo raccontano i dati ma anche l’esperienza sul campo.

“Quasi la metà dei cinquantenni non è mai andato dall’urologo in vita sua e oltre tre su dieci non hanno mai effettuato il test del Psa (antigene prostatico specifico) – si legge in un recente articolo pubblicato su Repubblica – Incrociando i dati, si ha che quasi uno su quattro (il 23%) non ha mai fatto nulla per la diagnosi precoce del tumore della prostata, il più frequente nella popolazione maschile over 50, che colpisce ogni anno un uomo ogni otto (con 35.300 casi stimati nel 2018)”.

Uno screening “facile”

Gli screening, la diagnosi precoce e l’attuale gestione del tumore della prostata possono davvero salvare la vita. Ma allora – verrebbe da domandarsi – perché non farlo? Complice una cultura diffusa che vede l’uomo passare dalle mani del pediatra a quelle dell’urologo a 60 anni, con un buco spazio temporale di oltre 20 anni, tempo in cui le donne – incredibilmente più consapevoli da questo punto di vista – hanno instaurato un lungo e continuato rapporto con il loro ginecologo di fiducia.

Un altro elemento da aggiungere nel piatto della consapevolezza maschile (tutta da costruire e della quale noi urologi siamo i primi a doverci far carico) è che lo screening per il tumore della prostata è “facile”. Che significa?

Che raramente per altri tumori si ha la possibilità di seguire nel tempo l’andamento del rischio come per il tumore della prostata, per il quale l’esame del sangue, attraverso cui analizzare i valori del PSA, è un buon campanello d’allarme. Ovviamente, non dobbiamo dimenticare che il PSA e il suo andamento devono sempre essere interpretati dallo specialista; quindi, assieme alle analisi del sangue, è fondamentale la visita urologica.

Nei tumori del pancreas, della mammella, del polmone, ad esempio, non ci sono esami del sangue specifici che possono allertare; ecco perché, in questo senso, il tumore della prostata si potrebbe paragonare al tumore della cervice uterina, per il quale le donne si sottopongono annualmente (e sin da giovanissime) al pap test. E questo screening è comunque più invasivo rispetto all’esame PSA.

Quando e perché rivolgersi all’urologo

Da quando e ogni quanto? Lo screening per il tumore della prostata si dovrebbe fare una volta all’anno dopo i 40 anni se si ha familiarità con il tumore della prostata, altrimenti una volta all’anno dopo i 50 anni. Perché è importante? Perché, al giorno d’oggi, proprio la cultura della prevenzione ci consente di fare diagnosi del tumore della prostata sempre più precoce; questo consente di intervenire con un’immediatezza che dà, ovviamente, grandi vantaggi: con la diagnosi precoce ci sono tumori che non richiedono nemmeno l’intervento chirurgico oppure, una volta operati, possono essere considerati completamente guariti.

Insomma, lo screening può davvero salvare la vita perché il tumore della prostata, se diagnosticato in modo precoce, può essere affrontato e risolto. Fortunatamente di tumore della prostata si parla sempre più spesso e si moltiplicano le iniziative. Nel mese di novembre, il movimento Movember invita tutti a tagliarsi la barba e a farsi crescere i baffi (Mo sta per moustache) per ricordare agli uomini di avere cura della propria salute.

 

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