Dalle sempre più accurate radioterapia, chemioterapia, terapia ormonale e prostatectomia radicale, alle più innovative tecniche mininvasive (laparoscopia 3D e chirurgia robotica), fino alla cosiddetta sorveglianza attiva: oggi il tumore della prostata presenta un ampio ventaglio di trattamenti possibili ed un rinnovato approccio da parte dell’urologo definito, non a caso, “sartoriale”, cioè personalizzabile sulla base della storia clinica e dell’età del paziente, della localizzazione o meno del tumore, del suo livello di aggressività.

Tumore della prostata, cultura della prevenzione e approccio “sartoriale”

Fino a qualche decennio fa, il tumore della prostata veniva spesso diagnosticato in fase avanzata e poteva essere inoperabile e causa di decesso; oggi, invece, una sempre più diffusa cultura della prevenzione, insieme a macchinari e software all’avanguardia, consente di diagnosticare i tumori della prostata in fase talmente precoce che alcuni casi specifici non necessitano nemmeno di essere trattati ma solo controllati nel tempo.

Questo nuovo approccio sartoriale ha l’obiettivo di individuare per ogni paziente il miglior trattamento possibile, così da debellare o controllare la malattia senza sottoporsi a trattamenti eccessivi o inadeguati. Grazie agli screening periodici con dosaggio del PSA, all’avvento della risonanza magnetica multiparametrica e della biopsia prostatica fusion, è possibile identificare i tumori della prostata in fase così precoce da non necessitare (in casi selezionati) di interventi chirurgici ma bensì di controlli puntuali nel tempo mediante un protocollo che prende il nome di “sorveglianza attiva”.

Che cos’è, dunque, la sorveglianza attiva?

Quando il tumore della prostata si presenta localizzato, indolente e poco aggressivo, è possibile rinunciare, in prima battuta, all’intervento chirurgico per sottoporsi, invece, a controlli serrati e mirati che restituiscano un quadro preciso della neoplasia nel tempo. Tale protocollo si avvale di visite cliniche, esami strumentali e del sangue per monitorare in maniera sicura il tumore che non viene quindi asportato, evitando al paziente di sottoporsi all’intervento chirurgico ed ai suoi eventuali effetti collaterali. Ovviamente non tutti i pazienti sono candidabili alla sorveglianza attiva ma solo quelli affetti da tumore della prostata a basso rischio.

Ma sorveglianza attiva non significa, come qualcuno potrebbe erroneamente pensare, non fare nulla. Significa, piuttosto, identificare quegli specifici casi di tumore della prostata talmente indolente e poco aggressivo da consentire di essere monitorati nel tempo, senza dover ricorrere ad interventi di chirurgia maggiore. Rientrano in questa categoria solo alcuni specifici tumori, per i quali l’indicazione deve essere assolutamente precisa. In questi casi, il paziente seguirà, secondo protocolli internazionali, dei controlli programmati con biopsie, risonanze e visite urologiche.

Intervento chirurgico o sorveglianza attiva? È la qualità della diagnosi a fare la differenza

L’intervento chirurgico è ancora, oggi, la metodica che assicura la percentuale più alta di guarigione dal tumore della prostata; ma, laddove l’urologo identifichi con precisione i casi in cui è possibile effettuare la sorveglianza attiva, è bene incoraggiare questa scelta terapeutica che evita, come sopra detto, un intervento demolitivo e, in alcuni casi, persino invalidante.

Ecco perché la prevenzione gioca, oggigiorno, un ruolo fondamentale, soprattutto parlando di tumore della prostata: la visita urologica come controllo di routine, l’esame del PSA prescritto e interpretato dall’urologo in base al suo andamento nel tempo, la risonanza magnetica multiparametrica, l’innovativa biopsia prostatica in fusione di immagini consentono di fare diagnosi di tumore della prostata sempre più precoci e precise. Questa cultura della prevenzione, unita a tecniche e macchinari sempre più all’avanguardia, permette all’urologo di identificare in maniera chiara i pazienti candidabili alla sorveglianza attiva. Ovviamente se, con il passare del tempo, l’urologo constata che la malattia cambia, si evolve o peggiora si può sempre ricorrere all’intervento chirurgico.

Per saperne di più leggi anche:

<<Tumore della prostata: quando lo screening ti salva la vita>>